Fiducia in se stessi.

Più che chiederci come impariamo ad avere fiducia in noi stessi, è interessante chiederci come smettiamo di farlo. Al momento della nostra nascita tutto è pronto e perfetto in noi perchè il nostro funzionamento sia ottimale a livello fisico, emotivo, psicologico. Ancora per qualche tempo saremo immuni dalla scissione mente-corpo di cui cultura e socializzazione sono impregnate e che separa il pensiero dal sentire, minando il principale sostegno all’esperienza: la sicurezza nel nostro sfondo corporeo. Ancora per un po’, la spontaneità della sequenza sensazione-emozione-bisogno-espressione sarà fluida, ma già sensibilissima alla risposta dell’ambiente-genitore e pronta a conformarsi a questa.

E’ nello spazio di questa relazione e dei suoi accadimenti che la spontaneità del bambino, condizione innata dell’organismo umano, si consolida in fiducia in se stesso o invece si arena in blocchi che ne limitano il movimento di incontro con l’altro e con la vita. Blocchi emotivi alla relazione che diventano atteggiamenti posturali, che diventano rigidità croniche e perfino malattia.

E’ quindi impossibile parlare di fiducia in se stessi senza chiamare in causa l’altro. Perchè è nei nostri rapporti primari che abbiamo fatto esperienza del sentirci adeguati o inadeguati, amati o criticati e ricevuto o meno il sostegno – dunque il permesso – ad essere noi stessi.

Silvia Riccamboni psicoterapia fiduciaIl nucleo vitale della fiducia in se stessi da adulti è proprio il saperesentire (oltre la scissione) che così come siamo andiamo bene. E se così come siamo andiamo bene, “possiamo farcela”. Da adulti sappiamosentiamo questo quando l’altro-genitore ha espresso il suo amore e la sua accettazione per noi a prescindere dal nostro comportamento e da quanto questo soddisfacesse le sue aspettative o deludesse i suoi bisogni. Quando cioè abbiamo potuto rimanere interi e integri, riconosciuti nei nostri bisogni e rispettati nelle emozioni anche nei necessari momenti dei “No”. E non abbiamo dovuto barattare la verità del nostro sentire (“Ho paura”), anestetizzandolo per non perdere l’approvazione del genitore (“Se ho paura, il papà non mi vorrà più bene”). Quando siamo stati sostenuti nella creatività, accompagnati nell’esplorazione di ciò che è “altro” e incoraggiati nella libertà di movimento.

Quando queste esperienze sono parte acquisita del nostro sfondo, possiamo muoverci nel mondo affrontando anche i rischi dei fallimenti, il dolore delle ferite, l’incontro con i nostri limiti… perchè il nucleo profondo di fiducia rimane intatto.

Tra i modi in cui la fiducia in sé di un bambino può essere compromessa, due sono particolarmente insidiosi:

1) Il “Doppio legame” come modalità relazionale che si rivela nella comunicazione. Descritta da Bateson come meccanismo alla base della schizofrenia, la teoria del doppio legame fa luce sull’effetto fortemente patologico di messaggi ambivalenti in relazioni emotivamente significative, specie quando queste riguardano genitore e figlio. Un tipo di ambivalenza può essere quella di una comunicazione in cui linguaggio verbale e corporeo si smentiscono tra loro. Ad esempio una madre che invita il bambino ad abbracciarla (“Vieni a dare un bacio alla tua mamma”) ma che a livello emozionale è arrabbiata o distaccata. Il bambino sentirà (senza comprenderla) una sfasatura nell’atmosfera della relazione, due messaggi che non sa come mettere insieme: “Vieni” (quello verbale), e “Stai lontano/” (quello emotivo) e che rendono il terreno su cui cammina molto instabile.

L’ambivalenza può riguardare anche due messaggi verbali contraddittori: la madre sprona il figlio ad uscire a giocare con gli amichetti e quando lui lo fa gli dice, con tono triste o di rimprovero: “Lasci sempre sola la tua mamma”. Il bambino rimane interdetto, bloccato in un dilemma più grande di lui: qualunque cosa faccia sbaglierà rischiando di perdere l’amore della madre: se esce a giocare, la abbandona, se rimane con lei, le disobbedisce. Ancora: il bambino vorrebbe abbracciare la madre ma lei si irrigidisce; quando lui si ritrae lei gli dice: “Non devi aver paura di esprimere i tuoi sentimenti”. Il doppio legame incastra il bambino in una posizione insostenibile, paradossale, scissa.

Se queste comunicazioni sono sporadiche e occasionali creano confusione e sofferenza, ma quando fondano stili relazionali abituali – ovvero quando il genitore si pone sistematicamente in questo modo – la probabilità che la sofferenza diventi disturbo psicologico anche grave aumenta: il bambino rimane bloccato nell’impossibilità di compiere l’azione giusta e la sua realtà interna comincia a sgretolarsi. Ecco minata la fiducia di base: “Quello che sento e faccio (dunque quel che sono) non va bene perchè mi mette in conflitto con la mia fonte di sicurezza e amore”. Nei casi gravi, il pensiero si frantuma per adattarsi alla frantumazione della realtà esterna – quella del genitore.

2) L’abuso emotivo. Siamo abituati a pensare che “bambini abusati” siano solo quelli esposti ad esplicite, inconfondibili forme di violenza fisica e psicologica: bambini maltrattati, abbandonati, puniti duramente, sistematicamente trascurati. Ma come ha denunciato Alice Miller, “abusato” è ogni bambino che per non perdere l’amore dei genitori (la loro approvazione), debba rinunciare a sentire ed esprimere i suoi più naturali bisogni, desideri, slanci; quei vissuti che ne fanno l’individuo unico e irripetibile che è, ma che il genitore non è in grado di accogliere con amore e rispetto ed umilia, censura, ridicolizza, sminuisce… perchè questo è ciò che è stato fatto con lui da piccolo.
I bambini sviluppano una sorprendente capacità di percepire che cosa il genitore si aspetti da loro, com’è il figlio ideale di cui mamma e papà hanno bisogno per non risentire le proprie insicurezze di figli, le proprie ferite, i propri vuoti; intuisce come il genitore ha bisogno che lui sia e scambia per amore l’approvazione che riceve per essere così bravo a diventarlo. Un imbroglio in cui rischierà di di ricadere da adulto, ogni volta che rinuncerà ad essere se stesso per ricevere approvazione convinto che sia amore.

Silvia Riccamboni psicoterapia fiduciaIl prezzo che i bambini pagano per dare forma a questo “falso sè” è la sepoltura, sotto strati di insensibilità corporea e fragilità emotiva, della loro spontaneità e autenticità, quella che ne sostiene la vitalità, il benessere, l’integrità psicologica e affettiva, la fiducia di base: dunque la felicità. Sopra questa botola si strutturano alcuni dei più diffusi malesseri e disturbi psicologici, almeno fino a quando la vita non scateni un pretesto (una malattia, un lutto, una separazione, un cambiamento importante) per cercare l’aiuto di qualcuno con cui tornare, adulti, in quella stanza e finalmente Vedere e Sentire. L’immagine che hanno costruito della propria infanzia è tipicamente idealizzata, e il disvelamento del dolore emotivo provato da piccoli nel rinunciare a sé spesso è accompagnato da stupore e incredulità. Ma anche dal sollievo per quelle parti che come lembi di sé cominciano a rimarginarsi, a ricomporre una versione finalmente autentica di se stessi e della propria storia.

Il tema della fiducia di base può rivelarsi come il cuore del percorso psicoterapico e il rapporto con il terapeuta divenire lo spazio protetto in cui ricevere il sostegno necessario a “reimparare” a fidarsi di sé e incontrare l’altro nel rispetto della propria e altrui autenticità.

Dott.ssa Silvia Riccamboni

Illustrazioni di Anna Godeassi

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